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“L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia, un libro che ti legge dentro

"L'arte di essere fragili" di Alessandro D'Avenia, un libro che ti legge dentro

Ci sono libri che leggono te ancor prima che tu legga loro. Sono quelli in grado di scavarti l’anima con una profondità inaudita, come a prenderti il cuore con le mani. Sono proprio quelli da cui ti aspetti ma non ti aspetti nulla, come quando percorri una strada apparentemente diritta, ma costellata da una serie di curve. E di incroci, a cui non sai dove svoltare. Come quando navighi su di un mare piatto, ma solo a tratti. E scegli tu se far scalo, e in quale porto. Prevedibile, direte. Già, ma solo fino ad un certo punto. Proprio perché magari sono quei libri su cui non avresti scommesso un soldo. Un po’ come vivere stando sempre all’erta. O forse , per i più scettici, un insieme di luoghi comuni contorniati da sprazzi di poesia. La POESIA : proprio colei che, secondo Alessandro D’avenia, è in grado di salvarci. “L’arte di essere fragili”, saggio filosofico sulla riscoperta dell’io interiore in chiave prettamente leopardiana, dunque letteraria, si presenta così, come un intercalare di metafore ricorrenti dal significato ermetico quanto palpabile.

E chi crede sia il solito libro per adolescenti sbaglia di grosso. Per quanto l’ispirazione sia giunta all’autore proprio dai suoi studenti, appunto, adolescenti. E’ con curiosità, voglia di sapere, trasmettere e amare ciò che si fa che D’Avenia ci guida attraverso le pagine di questo “viaggio” alla ricerca di quel senso della vita spesso perduto, che si snoda lungo quattro principali tappe il cui punto di partenza è l’adolescenza , intesa come arte di sperare, per giungere sino alla morte, intesa come arte della rinascita, possibile grazie alla riscoperta della BELLEZZA, con maturità e riparazione come tappe intermedie. La stessa curiosità e sapere portano l’autore a sostenere , nonché ad insegnarci, come Leopardi, di contro a pregiudizi di qualsiasi natura, tramandatisi per anni tra le mura dei licei, non sia affatto uno sfigato. Egli possedeva infatti quel dono, che molti di noi hanno perduto sin dall’infanzia : l’IMMAGINAZIONE, intesa come capacità di guardare “oltre la siepe”, come nell’ “Infinito”. Immaginazione , oggi bloccata e nettamente castrata dalla nostra “bulimia di informazioni”, dalla “connessione immediata col mondo” prodotta dall’uso di tv, smartphone e dispositivi tecnologici di ogni genere, che altro non permettono se non il favorirsi delle dinamiche del “tutto e subito”, ostacolando , dunque, la fedeltà al nostro RAPIMENTO, o “fedeltà a noi stessi”. Non di tutti i rapimenti però, quanto piuttosto di quelli meno fedeli, meno ancorati alla nostra anima e alla nostra creatività e maggiormente legati, ancora una volta, alla precarietà delle cose, che puntualmente si presenta sotto forma di rinuncia ed istinto alla fuga. Noia e apatia, dettati dalla paura di fallire, rappresentano infatti la vera morte dell’esistenza umana, accompagnate da senso di impotenza connessa a mancanza di pazienza e dedizione ; qualità che , unite al talento, portano a far fruttare le cose.

Esattamente come fece Leopardi, la cui fuga da casa, raggiunta la maggiore età, fallì, portandolo alla disperazione più totale. E’ qui che ci si affaccia , paradossalmente, alla maturità : attraverso l’arte di morire, in cui tutto, in preda alla notte più scura ,come in un tunnel senza uscita, sembra affidato al caso. E’ il momento in cui si tocca il fondo, in cui ci si trova sull’orlo del baratro, in preda all’apatia e all’indifferenza più totale. Dunque il momento più fecondo per ricominciare, per riscoprire il nuovo non come recente nel tempo, quanto piuttosto come “vecchio” rivisitato sotto una nuova luce, coltivato grazie alla pazienza e alla perseveranza, dal momento che “un seme germoglia proprio grazie all’humus [..], cioè grazie all’ammasso di cose morte che rende la terra fertile”. E proprio lui, Leopardi, rinuncia in questo senso ad autocondannarsi all’infelicità, riscoprendo il proprio rapimento, restando “fedele al cuore”, scegliendo di non accontentarsi e valicando i limiti a noi imposti dal destino, rifiutando, sorprendentemente per tutti noi, ogni tipo di nichilismo, e continuando a cantare il nulla con estrema bellezza. Ecco perché Leopardi non è uno sfigato. E neppure un misantropo. Né un pessimista. Egli approda alla penultima fase, quella della riparazione , detta anche “arte di essere fragili”, con l’intento di sanare il mondo attraverso la sua stessa poesia.

Non rinuncia a fare ciò che ama e per cui si sente chiamato a vivere, né al valore dell’amicizia, come dimostra la vicinanza all’amico Ranieri, presente fino all’istante in cui Giacomo spirò. Leopardi non è un pessimista dunque, quanto piuttosto un malinconico, laddove per malinconia s’intende quello stato d’animo che permette un’apertura del cuore tale da poter rinascere e ricreare, per mezzo dell’amore. Come la ginestra che spunta nel deserto, metafora di fede nella vita. Vita riconosciuta come cumulo di cose ed esperienze fragili, fatte proprie come bagaglio culturale, nell’ennesimo processo di fedeltà a sé stessi. Vita pronta a rinascere come bellezza, come passione che domina sulla ragione, partorita da incessanti e costanti insicurezze, dominate da un’ispirazione più forte che porta alla voglia di mettersi in gioco ancora una volta. Vita e passione che si fanno più pure nell’arte di rinascere, grazie alla poesia, volta a proteggere le cose fragili salvandole dalla morte, servendosi della parola. Così fu per il Leopardi. Mi viene in mente a tal proposito, e rileggendo le ultime pagine del libro, il famoso detto latino secondo cui “Verba volant, scripta manent”. Anche D’avenia, analogamente a Leopardi , e proprio in seguito all’incontro con lui avuto all’età di diciassette anni, abbraccia con convinzione il proprio rapimento, consegnandosi liberamente al suo compito di insegnante e alla sua vocazione di scrittore, in una scuola che lui stesso vorrebbe come “maestra di vita” nel senso più univoco e letterale del termine, capace di risvegliare negli adolescenti quella passione che , spesso inconsciamente, freme all’interno dei loro animi. Anch’egli sperimenta l’arte di rinascere tramite l’esperienza di un amore infinito : quello per la fede in Dio.

“L’arte di essere fragili” è dunque un’opera dalla libera interpretazione, dalla quale ognuno di noi, può trarre un significato differente, magari scegliendo di accogliere e abbracciare il proprio “rapimento”, per perseguire la propria missione nella vita. E’ certamente molto più di un semplice manuale di istruzioni per la felicità. E non è neppure una bacchetta magica. La lettura richiede dedizione ed estrema concentrazione, a mente libera e in un ambiente preferibilmente neutro. E non vi scoraggiate se, in alcuni passi, potrebbe apparire ripetitivo : numerosi concetti sono necessariamente ripresi ed approfonditi da un capitolo all’altro. Consigliato solo ai veri sognatori, meglio, (se posso permettermi), se dalla vena artistica , poetica o letteraria. Un grazie infinite ad Alessandro D’avenia, per aver superato sé stesso e aver risvegliato, con questi versi, il mio rapimento :

“Anche io scrivo perché vorrei che il mondo all’altezza dei desideri del mio cuore , che brama, a volte mio malgrado, un paradiso. A colpi di parole cerco di tirarlo giù , quel paradiso, di dargli la possibilità di esistere. E insisto e insisto, mentre la vita resiste e resiste. A volte vorrei non amare così tanto la bellezza e potermi accontentare di molto meno, ma so che non sarei più io. Non sopporterei una vita senza passione per la vita.”

 

Cristina Piga

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