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“Icons” di Steve McCurry ad Otranto, fotografie di sguardi che attraversano l’anima

"Icons" di Steve McCurry ad Otranto, fotografie di sguardi che attraversano l’anima

Ci sono occhi che restano dentro di noi. Con le loro storie, sperse in un altrove di luoghi così lontani da poterli solo immaginare. Ci sono sguardi che attraversano l’anima slargando il cuore, con l’emozione pura che sono le cose vere sanno regalare. E non hanno prezzo.

 

“Icons” di Steve Mc Curry ad Otranto è stata più di una mostra: è stata un’immersione nei mondi che non ci aspettavamo, quelli che non vengono raccontati dai telegiornali, perché non c’è il tempo di fermarsi sulla poesia delle storie dei minori, quelli che vivono da sempre lontani dal clamore. Ha chiesto il permesso di ritrarli e li ha fatti arrivare fino a noi lui, un uomo che è diventato famoso per la foto della ragazza afgana con gli occhi verdi pubblicata dal National Geographic nella metà degli anni ottanta.

 

C’è il pastore che si tinge la barba con l’hennè biondo e rosso e si sente un po’ mago; ci sono la mamma e il bambino addormentati sull’amaca con il grosso serpente alle spalle, che in realtà è un’attrazione che la famiglia utilizzava per far fermare i turisti a comprare la frutta; c’è il vecchio che ha salvato dalla distruzione solo la sua macchina per cucire, eppure sorride. C’è il bambino al matrimonio, che si sta annoiando e vorrebbe andare a giocare altrove, mentre gli adulti sfoggiano i loro pugnali dipinti e lo tengono per mano.

E ancora i ragazzini che giocano col il cannone; il giovane che legge e l’elefante disteso accanto a lui; il minatore che si accende la sigaretta appena rivede la luce; le donne vestite di rosso nel monsone; la distruzione dopo lo Tsunami in Giappone; l’11 settembre; il pescatore birmano che rema con un piede; le buddiste nella pioggia sottile con le loro tuniche colorate.

 

Di fronte a queste esistenze che diventano arte, grazie a uno scatto d’autore su una pellicola che ormai è fuori produzione, possiamo solo restare attoniti e imparare la lezione silenziosa del viaggiatore coraggioso e appassionato, che ha fermato le vite degli altri per un istante da rivivere nel tempo.

 

Un universo pullulante di voci, che arrivavano a noi in un giorno qualunque d’estate, quando lasciate alle spalle le trasparenze adriatiche del mare, abbiamo varcato la soglia del Castello idruntino. C’è il mondo che respira in quelle foto,  sussurra e urla le sue storie, di lacrime e sangue, di distruzione e risvegli, di esistenze che scorrono lievi, nell’accordo perfetto delle stagioni, tra sospiri e preghiere.

 

Nel Castello di Otranto pugliesi e turisti da ogni parte del mondo hanno avuto ammirare i capolavori del fotoreporter statunitense. Grande successo di pubblico, come era lecito aspettarsi, tante anche le scolaresche che, alla ripresa dell’anno scolastico, hanno visitato le sale della mostra: insegnanti con l’audio-guida pronte ad ascoltare e poi spiegare ai ragazzi la genesi degli scatti. Molto bello il fatto che fosse lo stesso fotoreporter a spiegare ogni foto, dall’idea alla storia racchiusa nell’opera.

 

Ci sono cose di cui si ha bisogno, per sentirsi un po’ più ricchi dopo. Ci sono cose di cui il Salento ha bisogno, per aprire gli occhi sul mondo, visto che non siamo solo mare e taranta. Ci sono cose che costano solo dieci euro, ma sono di valore inestimabile, come tutte le esperienze uniche. Qualcuno lo dica al signor Briatore: il Salento ha bisogno di questo!

 

Maria Pia Romano

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