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“Il cielo sopra Ibraima”, un viaggio dal Senegal alla terra dei tubab

"Il cielo sopra Ibraima", un viaggio dal Senegal alla terra dei tubab

Ci sono libri che inseguiamo da una vita e recuperiamo poco a poco, sempre in cima alla nostra lista. Libri che ci stuzzicano al momento solo per il titolo e che istintivamente compriamo, anche se forse non li leggeremo mai. E poi ci sono libri invisibili, come coloro che li vendono, gente di cui ignoriamo l’esistenza anche se il più delle volte sono intorno a noi. Ma prima o poi qualcuno di questi ci raggiunge.

Ricordo che quella mattina non ero riuscito a evitare il solito vu cumpra a guardia della piazza. Non aveva braccialetti o accendini con sè. Una pila di libri sottili con tutte le possibili sfumature d’Africa. Cucina, poesia, danza e così via.

Dopo una breve trattativa sul prezzo, scelsi “Il cielo sopra Ibraima. Come gli immigrati giudicano gli italiani“. Deve trattarsi dell’ennesimo viaggio della speranza, pensai, robe che ormai se fanno scalpore lo fanno per le ragioni sbagliate. Mi bastò leggere la prima pagina per capire che è più di questo: una piccola introduzione alla visione senegalese della vita in generale e del nostro mondo occidentale.
A fondo pagina, risalta una parola in corsivo, che sarà il cardine dell’opera: tubab

“Tubab è l’uomo bianco, con il suo ostentato senso di superiorità; il suo sentirsi più intelligente; l’attaccamento esagerato alle cose; la sua insicurezza; il suo modo tracotante di agire, quando beve alcolici o fuma sigarette; il suo rifiuto dell’idea della morte”. Un solo concetto per riassumere l’opinione degli immigrati sui nostri costumi, mentre la nostra oscilla tra svariate impressioni.
Ecco perchè Ibraima, laureato all’Università di Dakar e pastore di pecore a Siena, non può fare a meno di scontrarsi con uno stile di vita così diverso senza danni collaterali. Non è tuttavia lui il vero protagonista della storia quanto piuttosto l’autore Giuseppe Cecconi, toccato profondamente dall’incontro con questo sventurato clandestino. Sventurato perché caduto nella spirale dell’alcol e quindi allontanato dai suoi stessi connazionali.

Solo una miracolosa amicizia potrebbe salvarlo. E ironia della sorte Giuseppe comincerà a credere in Dio solo dopo quell’esperienza. Lui, il “senegalese bianco”, in terra toscana per giunta, dove si sa, le invocazioni divine non sono proprio ortodosse.

Traspare forse un po’ di moralismo nella parole di Penda Thiam, co-autrice del libro, e nel suo continuo contrapporre le falle esistenziali del tubab alla purezza dell’uomo nero, il nit-kou-niul. La sua tranquilla rassegnazione al tempo e al destino, per quanto nefasto, contro la nostra mania anti-age e una vena inossidabile di pessimismo; la sua capacità di godere nella pochezza e nella semplicità contro i nostri desideri di consumo; quell’istinto che per dirla con Pasolini lo fa vivere in modo più esistenziale che consapevole, quindi più ampio. Solo alcuni degli affascinanti aspetti che vengono trattati, sebbene il rischio di cadere in un’idealizzazione rovesciata (quasi angelica) dell’africano appaia alto. Lo stesso rischio che per esempio Todorov aveva percepito a proposito degli Indios: bestie diaboliche per i conquistadores, anime candide per i missionari. Tuttavia è innegabile la profondità di una cultura che sicuramente a noi occidentali farebbe bene conoscere.

La storia di uno dei tanti sguardi invisibili sulle nostre piazze, le nostre città e il nostro way of life, attraverso una narrazione scorrevole e delicata.
Parola di tubab.

 

Luca Volpi

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