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“La Dodicesima Nota”, un libro tra ironia e poesia

"La Dodicesima Nota", un libro tra ironia e poesia

La Dodicesima Nota” è una vera bomba sapientemente assemblata tra ironia e poesia, musica sinfonica e un passato europeo le cui ferite, cicatrizzatesi troppo in fretta, sono pronte a riaprirsi, nel presagio di nuovi olocausti.

Lev M. Loewenthal è un romanziere schivo e riservato, ma dalla penna più tagliente di un bisturi. Poeta, saggista e romanziere, nonché medico impegnato in missioni umanitarie, ha scelto di non rendere nota la propria reale identità, per non inficiare due carriere inevitabilmente disgiunte e parallele. Nel tempo, a seconda della lingua e del paese in cui ha pubblicato, ha scelto diversi pseudonimi, e scrive, oltre che in italiano, anche in francese e in yiddish.

Dopo due romanzi che, nel 2013 e nel 2015, hanno riscosso grande successo in Francia, sotto un altro pseudonimo, per pubblicare nuovamente in Italia sceglie Carteggi Letterari, giovane casa editrice siciliana figlia minore, ma non meno raffinata ed elegante, della Sellerio ai tempi di Elvira Giorgianni e nel cui catalogo figurano sillogi poetiche di grande pregio.

L’uscita del romanzo è stata anticipata da alcune poesie dell’autore, pubblicate il 14 febbraio, che in soli sei giorni hanno avuto più di mille condivisioni sui social e non si tratta di semplici visualizzazioni, ma di mille persone che hanno notato, nell’immenso mare di internet, quei versi crudi, intensi, dolorosi e li hanno voluti condividere. Versi con cui Loewenthal cita in giudizio un Dio vecchio e vendicativo per crimini contro l’umanità e nel contempo stringe con la sua Sephora un patto oltre le contingenze del tempo e della morte, incidendo nomi su lapidi di carta. Si ha come l’impressione che i romanzi di Loewenthal siano proprio questo: lapidi di carta, scolpite nell’urgenza della memoria, con cui l’autore dipinge, con sorriso dolce e beffardo di chi la sa lunga, un mondo «su cui piovono a gocce schegge e micce».

Nella notte tra il 5 e il 6 marzo, per accompagnare i lettori nell’attesa dell’uscita del romanzo, la casa editrice ha pubblicato una nuova poesia, La domanda a Ṭarābulus al-Gharb, in cui Loewenthal affronta, con accenti più netti ed estremi che nelle precedenti, il tema dello straniero, ricordando un episodio significativo in cui, a Tunisi, il suo passaporto svizzero e il suo ruolo di operatore umanitario non lo hanno protetto dai soprusi di alcuni agenti di polizia che lo hanno trattenuto, in quanto straniero e la chiusa di Loewenthal è amara: «siamo tutti stranieri e di passaggio».
Il 18 marzo sono uscite altre tre poesie, redatte in francese e tradotte in italiano (link agli originali con traduzione.

Provocatorio, come gli altri testi di Loewenthal che ho avuto la fortuna di leggere, “La Dodicesima Nota” s’inizia nella torrida estate del 1999 a Gerusalemme, dove, prima di morire avvelenato, l’anziano violinista Josef Asche dona uno spartito musicale cinquecentesco al suo miglior allievo, un piccolo arabo di nome Nadim. Ha avvio così una vicenda che si snoda su tre piani narrativi che immergono il lettore in una sinfonia di prospettive e di registri eterogenei. Nell’ouverture, gli accordi cupi del passato ebraico di Asche nell’Europa nazista si stemperano presto nelle note caustiche delle indagini sulla sua morte condotte dal goffo ispettore Sekel Kantor. Il timbro cambia, quando i principali protagonisti sono riuniti, vent’anni dopo, in una sala da concerto in cui Nadim, violinista ormai affermato, sta eseguendo un movimento del Dies Irae e dove un ordigno è pronto a deflagrare, dando avvio a una serie di esplosioni in tutto l’Occidente, che rischiano di trasformare la vecchia Europa in un grande e sanguinante Israele. Mediante lo stratagemma del racconto nel racconto, viene presentata anche l’emblematica figura del Direttore d’orchestra, ossessionato da un libro incentrato sul rapporto tra il Bene e il Male, sulla responsabilità individuale, sul significato della creazione artistica. Le tre linee narrative e melodiche si ricongiungono alla fine della narrazione, in una sorta di inattesa, stupefacente detonazione.

La particolarità e la bellezza di questo romanzo stanno nella poesia che soggiace al testo, in un intreccio che tiene il lettore costantemente all’erta, vero protagonista della storia di Loewenthal e unico possibile artefice del futuro prossimo. Sullo sfondo, un rapporto complesso: quello dell’autore con un Dio che soggiace al giudizio di chi, dopo la Shoah, ha smesso di credere che esistano figli prediletti.

Nonostante i suoi editori accettino di non divulgarne l’identità, è un dato di fatto che la vera firma di questo autore nato a Kiev, ma cresciuto tra Italia, Israele e Svizzera, dove si è formato come medico, sta in quel suo stile originalissimo, individuabile, poetico, ritmato e leggero con cui narra storie crude, ma piene di forza e di speranza, calibrate sul doppio registro della ricerca storica e della denuncia sociale, con un’ironia da jüdischer Witz, sempre pronta a risolversi in interrogativo ontologico.

Nadine Matasci

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