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“Oceano Mare” di Alessandro Baricco, un romanzo travolgente

"Oceano Mare" di Alessandro Baricco, un romanzo travolgente

Oceano mare..da dove cominciare?
Comincerò con una premessa: io amo il mare. E non mi riferisco solo al mare come meta estiva. Avverto una sorta di legame particolare con il mare, specie quando la stagione non è adatta al suo “sfruttamento”. Mi spiego meglio: senz’altro il mare d’estate è la meta per eccellenza, il modo migliore per rilassarsi e divertirsi. Ma il mare in inverno, o comunque quando non vi è folla e appare come un grande deserto, ha qualcosa di magico. Diventa muto ascoltatore, spettatore lui stesso dei nostri pensieri, perché diciamocelo, il mare può essere una vera e propria cura a ciò che sono i problemi che assediano quotidianamente la nostra mente. Ed è solo una delle mille sfaccettature che esso possiede. Proprio questo è il tema principale di questo libro. Narrare il mare in senso lato e come esso si mescola alle vite degli uomini diventando salvatore delle loro vite, predatore dei loro corpi o dolce culla delle loro anime. Il mare appare infinito, così come è infinito il suo modo di esprimersi e manifestarsi. Non è solamente una distesa immensa di acqua, nasconde, cattura, invita, accarezza, purifica. Attraverso la presenza di singolari personaggi, ognuno con la propria storia da raccontare, Baricco mostra come le loro vite si intreccino e si snodino in questo mare che diviene parte di loro e loro stessi del mare, una fusione di essenze che divengono una sola.
Il libro, pubblicato nel 1993, è suddiviso in tre sezioni: La locanda Almayer, luogo in cui tutti i personaggi si recano, chi per un motivo chi per un altro, e dove troveranno, o cercheranno di trovare pace per se stessi e per ciò che si propongono di svolgere; Il ventre del mare (il capitolo che più mi ha incollata a quelle pagine) è il capitolo più forte e crudo del libro, poiché narra del naufragio della fregata francese che porterà 147 uomini a vagare in mezzo al mare immenso su una zattera fino a consumarsi, distruggersi, abbandonarsi dopo esser stati abbandonati (evento rappresentato dal pittore francese Géricault ne “La zattera della Medusa” a cui ho pensato tutto il tempo mentre leggevo e di cui poi ho potuto constatare la conferma di questo mio pensiero dato che si ispira proprio a quella vicenda); infine, I canti del ritorno, capitolo in cui si snodano le vicende finali di tutti i personaggi presentati, spesso portando con sé il ricordo o una vicenda che li leghi ciascuno con alcuni degli altri.
Vi è il personaggio del professor Bartleboom, studioso dei limiti di tutto ciò che ci circonda, poiché anche il più vasto, apparentemente infinito, elemento possiede una sua fine, un limite che traspare nell’attimo in cui tutto si ferma e finisce, così come anche il mare sembra avere una sua fine, deve averla, ed è quello che Bartleboom intende scoprire. Il pittore Plasson, il quale prima metteva su tela solo i volti di coloro che chiedevano di essere ritratti, ma un giorno decide di andar lontano per dipingere il mare, gli occhi del mare, la molla che permette di far scattare tutto il resto, lasciando la maggior parte delle tele completamente vuote o dipingendo il mare..con il mare. Elisewin, una bambina che vorrebbe vivere ma a causa della sua iper-sensibilità verso il mondo è spesso racchiusa nelle sue quattro mura, la cui cura si rivela il mare, sia che dovesse salvarla, sia che ne dovesse morire avvolta dalle sue onde, accompagnata da Padre Pluche, spesso timoroso e inopportuno, ma affezionato e sempre al fianco della bambina. Madame Ann Deverià, mandata in questo luogo quasi del tutto sconosciuto, si direbbe che non esistesse quasi, da suo marito, affinché il mare possa lavar via la macchia del peccato di cui è incolpata: l’adulterio. Thomàs, presentato come Adams, un giovane uomo taciturno e tenebroso, che nasconde un passato incancellabile, lui è un uomo che potrebbe sembrare sopravvissuto, salvo, ma in realtà è inconsolabile, simbolo dell’ineluttabile destino che prima o poi verrà a riscuotere ogni torto subito, come nel suo caso la perdita della donna amata per mano di Savigny, anche lui protagonista della sua stessa esperienza.Infine, un uomo misterioso, che vive nella settima stanza della locanda e che nessuno ha mai visto uscire di lì, che diverrà il protagonista delle ultime pagine del romanzo.
Tutti questi protagonisti hanno un unico obiettivo: “dire” il mare. Cosa è il mare? Cosa infligge il mare? Cosa si aspetta dal mare? Dove finisce il mare? Qual è il suo vero occhio? Come si può guarire nel mare? Dire il mare. Il mare che unisce tutti loro in quella locanda, le cui vite fa intrecciare indissolubilmente in un onda perpetua, che sempre porteranno con sé, benché la loro vita prosegua al di fuori di quella locanda, di quei giorni in cui ognuno ha cercato di conoscere il mare, ma forse hanno conosciuto se stessi. Perché è così poi, il mare, apparentemente muto, permette che tu ascolti te stesso, ma arriva un momento in cui l’urlo del mare diventa assordante, così forte da risultare agghiacciante, poiché il mare non termina all’orizzonte che spesso contempliamo. Oltre quella linea potrebbero esservi vite in bilico, che cullate dal mare non aspettano altro che morire, o sopravvivere, o sopravvivere essendo morti dentro. Il mare, dolce madre che tutto accoglie, risa, urla, amori perduti, lettere scritte e mai date, morte, vita, anime che stravolte trovano la pace, generando increspature che, inizialmente così minuscole, diventano infinite quanto il mare stesso. Sono stata nell’anima di ogni personaggio, in tutti quei giri di parole tipici dell’autore che spesso confondono ma in realtà sono così chiari, quelle parole taglienti, parole di velluto, parole che graffiano e poi accarezzano, parole che servono per spiegare ma che vengono taciute inconsciamente. Nel grande Oceano mare, vittima e carnefice, padrone del tutto e maestro del nulla, il grande Oceano mare, dove si perdono tutte le storie, e chissà se qualcuno prima o poi riuscirà a sentirle, a riviverle come se fossero proprie, seguendo lo stesso ritmo delle onde, dell’Oceano mare, che tutto attira sé, che tutto avvolge e tutto possiede.

E’ stata una lettura non particolarmente facile, o meglio, il libro per me è stato scorrevole e piacevole, mi sono immersa in quel mondo, in quella locanda, il quell’Oceano mare, in tutte le storie che esso racchiude, ma è necessario che sia un qualcosa di interiore che legga e che faccia scorrere gli occhi su quelle righe, infatti, come si dice, Baricco o lo si ama o lo si odia, poiché il suo stile spesso risulta surreale, impossibile da attualizzare. In realtà bisogna trovare, così come quello che cercava Plasson, gli occhi giusti, gli occhi che permettano che tutto venga poi da sé, spontaneamente, che permettano di esserci nella drammaticità vissuta sulla zattera, che permetta di vivere le stesse paure di tutti i personaggi, di ciò che essi desiderano, di ciò che è quella loro vita bizzarra. Forse è necessaria una certa maturità che permetta di coglierne più sfumature di una semplice lettura che faccia passare il tempo. Credo di aver utilizzato il momento giusto. L’ho adorato, mi ci sono tuffata (che simpaticona!) appieno, in ogni suo movimento, in ogni suo salto, in ogni sua pausa. Sono stata travolta anche io in quell’Oceano mare. Parte di me, e io parte di lui. Parte del tempo che scorre, scorre come quel mare che permette anche a noi che la nostra vita scorra.

“Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta.”

 

Simona Bleve

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