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“Solitudini” di Paolo Crepet, una lettura che ti lascia un senso di speranza

"Solitudini" di Paolo Crepet, una lettura che ti lascia un senso di speranza

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, pubblica “Solitudini” nel 1997 presso Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. E’ lui stesso, all’inizio del libro, a dirci che in esso sono raccolte alcune storie di suoi pazienti “rese irriconoscibili quel che basta per garantirne l’anonimato”. La solitudine, però, non è quella dei protagonisti ma quella di coloro che stanno loro intorno: persone incapaci di amarli, aiutarli, curarli.

Da subito le sue parole fanno riflettere: queste storie sono storie marginali, lontane dalla nostra realtà che si nutre di finzione, ma nello stesso tempo esse fanno parte di ognuno di noi (“Ci appartengono: per capirlo basterebbe sporgersi dalla trappola in cui siamo caduti, basterebbe allentare la vertigine delle nostre ansie, basterebbe tacere l’eco della nostra baldanza. Viviamo uno strano paradosso: nessuno può dirsi più solo, eppure tutti, in qualche misura, sentiamo e temiamo di esserlo. Mai come oggi godiamo di un’incredibile abbondanza di strumenti per comunicare, eppure manchiamo dell’essenziale per dire e sentire. I mezzi di comunicazione di massa ci governano, modificano i nostri comportamenti, entrano nella nostra quotidianità alternandone regole ed equilibri secolari, eppure non possiamo fingere di non accorgerci di quanto la nostra affettività si sia così profondamente desertificata. Ce lo dimostra quell’autismo reciproco che sta paurosamente frapponendo la generazione dei giovani a quella degli adulti. In una delle più ricche ed evolute province italiane è stato recentemente calcolato che un ragazzo o una ragazza su cinque non sanno a chi rivolgersi quando stanno male: non un genitore, un insegnante, un prete, uno psicoterapeuta, un allenatore di calcio, un fidanzato, un amico. Nessuno. Eppure ognuno di quei giovani ha avuto dalla vita molto più di quanto le generazioni precedenti abbiano mai potuto possedere.”).

La prima storia racconta di una donna la cui vita è stata oscurata dalla presenza di un padre che la considerava una fallita, un padre a cui tutto era permesso ma che non permetteva nulla a lei, alla madre e alle sorelle. Le vicende della sua infanzia si ripercuotono sul suo rapporto con gli uomini e sul suo modo di approcciarsi al mondo. Il finale forse te lo aspetti, in fondo non si tratta di una finzione letteraria ma di una realtà fin troppo diffusa. E’ una storia che lascia l’amaro in bocca, non fa provare compassione ma quasi rassegnazione, angoscia, vuoto.

La seconda storia si snoda attraverso tre conversazioni telefoniche. Le prime due si svolgono di notte, a distanza di una settimana l’una dall’altra, su un sito internet per incontri. I due interlocutori decidono di usare nomi fittizi: Chiara e Iacopo, ma di raccontarsi solo la verità. E’ soprattutto il giovane a raccontare di sé, della sua famiglia, del suo approccio all’amore. L’unica persona in cui abbia mai avuto fiducia è la nonna, ormai morta, ed è proprio a casa sua che Iacopo si è trasferito per poter stare lontano da genitori che lo ignorano (“Amava i classici, soprattutto la letteratura americana. Mi ha insegnato l’amore per la lettura, che poi per me significa amore per la fantasia. E’ stata la mia fortuna, sai… mi ha lasciato l’eredità più grande che si possa donare a un bambino: la libertà di volare con il pensiero, di immaginarsi i posti più impensati, le persone più straordinarie, le avventure più incredibili.”). Al termine della secondo appuntamento virtuale Iacopo lascia a Chiara il numero di casa ma, quando lei telefonerà per la consueta chiacchierata settimanale, otterrà una risposta inaspettata. E’ la storia di un male silenzioso che si insinua pian piano in ogni stantuffo della vita di Iacopo; un disagio mascherato da atarassia e da un’apparente indipendenza, che alla lunga, però, lasciano il posto a un profondo senso di inadeguatezza (“Lo capisci anche tu che in questi casi l’unica cosa che posso fare per salvare la pelle è pensare solo a me stesso? Organizzare la mia sopravvivenza, cercare di essere il più possibile tagliato fuori da tutti, autosufficiente: ecco cosa mi piacerebbe. L’unica speranza che mi resta è un’assoluta autarchia, solo che poi anche quest’isolamento mi viene a noia e mi accorgo che ho solo un gran vuoto dentro al quale non trovo niente, nemmeno più me stesso.” “Mi accorgo che sto vivendo come se non provassi più sentimenti, né buoni né cattivi, come se non mi ricordassi più neanche cosa sono. Non voglio fare l’incompreso… è proprio così: in questo modo non provo più emozioni e sto meglio, mi sento più leggero, più distaccato ma anche più sereno.”).

La terza storia è narrata attraverso una lettera che la protagonista lascia alla madre in un momento assai delicato: ha scoperto di essere incinta ma, essendo sola, sta pensando di abortire. Le due non si parlano da tempo e, in poche pagine, Crepet riesce a delineare perfettamente i loro caratteri e il loro difficile rapporto, che negli anni è finito nel silenzio (“Ti inorgogliva che ti assomigliassi, a tal punto che non ti accorgevi nemmeno di me, mi guardavi attraverso come un cristallo. Potevo urlare, piangere, straziarmi. Tu reagivi con le solite domande stereotipate: c’è qualcosa che non va? vuoi che ne parliamo domani? ti vedo strana, hai voglia di dirmelo? Uno straccio passato in fretta sul cristallo appannato dal tuo stesso alito, una disponibilità ambigua che celava la paura che io potessi davvero usare l’esiguo spazio appena concesso: mi gettavi la tua ciambella di salvataggio sperando che io non la utilizzassi.”). La lettera termina con il racconto di un sogno che, personalmente, ho trovato di difficile interpretazione e che ho dovuto leggere più di una volta per capire fino in fondo, anche se è la protagonista stessa a guidarci dicendo che ha sognato “il dolore, anzi la disperazione”. Questa è la storia che mi ha tenuta meno col fiato sospeso perché mi sembrava che tutto andasse in una direzione prevedibile, una direzione che puntava verso il punto più profondo del baratro. In questo racconto veniamo accompagnati per mano attraverso un percorso ricco di ostacoli, durante il quale una donna chiede continuamente aiuto ma non ne trova mai.

La quarta storia è forse la più toccante, perché riguarda una bambina molto piccola a cui viene scoperta una forma rara e violenta di tumore celebrale. La protagonista, però, è la madre, che in poco tempo vede sgretolarsi tutto ciò che aveva costruito e, inerme, osserva crollare tutte le proprie certezze, certezze che una volta cadute si sciolgono come neve al sole, come se la felicità di quei ricordi non fosse mai esistita (“Intorno si apre un vuoto terribile, spesso, impenetrabile. Quel vuoto mille volte aperto adesso ho paura mi si riapra mille altre volte e mi porti via l’ultima cosa cara: i ricordi, i ricordi dei sentimenti.”).

Paradossalmente, dopo averla letta, non ho provato compassione ma un senso di speranza. Questa donna non vuole passare per un’eroina, è una donna che soffre, ha sofferto e soffrirà per tutta la vita, ma nonostante questo sta ancora cercando qualcuno in grado di aiutarla (“Ho bisogno di una persona che mi accolga, che prenda da me tutto il male che mi sono scavata dentro e lo converta in affetto.”) e sta ricostruendo la propria vita (“Dopo l’esplosione si ricomincia dalle cellule. E io me le sto contando, una a una: quante ne saranno rimaste vive? mille, un miliardo, tre? come faccio a farle stare insieme, a cucirle con un filo che si è rotto tutto? chi mi aiuta?”). Curioso il finale di questa storia (e anche del libro): la donna sottolinea che non possiamo vivere in un mondo in cui l’ascolto debba essere pagato perché per essere ascoltati è necessario rivolgersi a psichiatri e psicoterapeuti. E’ come se si tornasse all’avvertimento che Crepet presentava all’inizio e di cui si è detto nelle prime righe. Adesso, però, dopo aver letto questi quattro racconti, quelle parole risultano più vere e possono rimanere impresse dentro di noi. Forse Crepet ci sta lanciando un avvertimento: ci sta esortando alla solidarietà, a non voltarci dall’altra parte quando qualcuno è in difficoltà, a non credere di avere la coscienza a posto pronunciando frasi di circostanza poco efficaci. Dobbiamo tentare di scavare in primis dentro ognuno di noi per riuscire ad essere aperti all’ascolto, un ascolto interessato e non superficiale, un ascolto che, in fondo, ci farà capire come ogni essere umano è collegato agli altri da un sottile filo di solitudine.

Sara Brasca

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